“Sistema di composizione delle crisi da Sovraindebitamento”. Evento formativo coorganizzato dall’A.F.A. dal Lions Club di Acireale e dall’A.DO.C.E.C. delle Aci. Con il patrocinio del Comune di Acireale e dei Consigli dell’Ordine degli Avvocati di Catania e dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili di Catania

Le acrobazie di Donald Trump al prezzo di un’Europa vulnerabile

Luigi RapisardaLe acrobazie di Donald Trump al prezzo di un’Europa vulnerabile

Una grande tempesta sembra aver investito gli Stati Uniti e l’Europa.
La nuova età dell’oro, vagheggiata da Trump, tra machismo istituzionale, disimpegno Nato,
prelazioni sulle terre rare e guerre commerciali, porterà davvero l'America ad un inedito
boom economico o creerà i prodromi per un irreversibile crepuscolo della più grande
democrazia?
E, mentre le cancellerie dei paesi, non solo europei, stanno valutando il repentino
capovolgimento della politica estera americana, Donald Trump non perde tempo con i suoi
decreti a sbandierare misure draconiane, costituiti, al momento, soprattutto da introduzioni o
inasprimenti di dazi commerciali, nell’idea di creare una cintura protettiva dell’industria
statunitense.
Eppure, contrariamente al suo disegno, le borse stanno registrando un forte calo tra i titoli
più blasonati, tra cui Tesla di Elon Musk, mentre riappare lo spettro dell’inflazione e della
recessione.
Sul versante del negoziato sul conflitto ucraino, a passo spedito sembrano procedere a
Riyad i preliminari a quello che dovrebbe essere il “tavolo per la pace”.
Giusto l’altro ieri si è avuto, a Gedda, un incontro preventivo( forse per saggiare le reali
intenzioni del presidente ucraino)tra Zelensky e il segretario di Stato Rubio, che non ha
mancato di sciorinare un perentorio protocollo delle rinunce e delle disponibilità che l'Ucraina
dovrà dare, sebbene sembra permanere ogni ostracismo intorno ad una diretta
partecipazione di Zelensky al tavolo dei rappresentanti delle due superpotenze nucleari.
Intanto il Cremlino, che dalle prime reazioni da parte dell'entourage del presidente Putin
sembra non condividere il piano di tregua concordato da Zelensky con i rappresentanti
dell’amministrazione statunitense, intensifica l’offensiva nelle province del Donbass e nel
Kursk, approfittando dell’annunciato blocco delle attività di intelligence deciso da Trump;
mentre Zelensky risponde lanciando droni verso Mosca.

La Difesa comune europea della Von der Leyen, un ectoplasma che non convince

In questo scenario appaiono assai stupefacenti le dichiarazioni di ieri della presidente Von
der Leyen, pronunciate in seno al parlamento comunitario, a proposito del riarmo europeo,
quando nell’usare l’espressione: difesa comune, citando peraltro le profetiche parole di De
Gasperi sul tema, che però presupponeva il completamento del processo comunitario, nulla
è sembrato successivamente ricavarsi in direzione di un urgente avvio di un necessario
mutamento della fisionomia istituzionale dell’Unione per consentire l’effettivo onere
decisionale, organizzativo ed attuativo sotto la bandiera dell’Ue.
E’ evidente che se c’è una cosa che in queste contingenze non serve è proprio l’andare a
delineare prospettive inconcludenti poco compatibili con l’attuale assetto istituzionale e
rappresentativo degli organi dell’Ue, le cui decisioni possono facilmente essere sabotate da
un solo voto contrario in seno al consiglio europeo.
Solo un parlamento europeo, dotato di effettiva rappresentatività e di autentico potere
legislativo – cosa che allo Stato non è – nel cui esercizio si esprime, in un sistema
democratico, la sovranità popolare, in questo caso sovranazionale, nella tipica forma
federale, potrebbe varare decisioni autonome e vincolanti rispetto ai singoli Stati membri.
Così più che il segno di un nuovo corso comunitario, fondato sul perseguimento, in tempi
rapidi, di un modello di Stato federale, presupposto per l’effettiva attuazione ed
organizzazione di una difesa comune europea, su cui invece molto potrebbe pregiudicare la
mancata stabilizzazione di un unico comando delle forze nazionali in campo, sembra assistere a un fai da te (con tutte le implicazioni che una incontrollata corsa al riarmo può
causare all’interno di politiche nazionaliste, oggi sempre più temibili, anche all’interno del
quadrante continentale europeo)che ogni Stato è chiamato ad affrontare all’interno dei propri
bilanci, con l’unica attenuante che qualsiasi sforamento nazionale del patto di stabilità non
andrà, in sostanza, sotto censura.

La politica estera degli Usa, tra difesa delle democrazie e i tratti di un dissimulato
imperialismo

Vien da rimpiangere certa lungimiranza delle azioni diplomatiche di Henry Kissinger.
Pur se su talune contingenze restano ancora molte perplessità.
Non lo aiutò molto la sua magistrale abilità nel comprendere certi accenni di apertura sulle
dinamiche della politica interna dell’Italia che Moro aveva intuito e cautamente affacciato.
Sebbene prospettata come ipotesi di lavoro, una, seppur cauta apertura verso la sinistra
comunista, pur in un quadro in cui, nette, si sarebbero conservate le distinzioni ed il ruolo
dell’opposizione, non fu assolutamente gradita dagli Stati Uniti.
Eppure la Storia dell’Italia, forse, sarebbe stata meno traumatica di come poi si è snodata.
Ancora oggi, con un sistema politico squassato e delegittimato da un astensionismo giunto a
metà dell’elettorato attivo, paghiamo il prezzo di quella incomprensione, anzi di quel niet.
Non ha fatto, invece, un gran bene alla successiva politica estera degli Usa seguire alla
lettera i canoni della dottrina Brzezinski.
Una linea, quest’ultima, che ha finito per violare intese concordate in conseguenza dei nuovi
precari equilibri che si crearono con la caduta del muro di Berlino e lo sfaldamento
dell’Unione sovietica.
Quel progressivo sfondamento ad Est della Nato, includendo quasi tutti i paesi di quel
versante europeo, e che tanto ha tentato le vicende trentennali dell’Ucraina, ha scatenato
risentimenti e percezioni, non favorevoli, sul piano della sicurezza territoriale della Russia di
Putin, che non ha mai dismesso un certo retropensiero imperialista.
Un’Europa così allargata, e con tutto il poderoso presidio della protezione euro-atlantica a
favore di quei paesi, fino a qualche anno prima sotto la cortina di ferro del Patto di Varsavia,
innesco’, soprattutto ad opera dell’establishment politico-militare russo, una forsennata corsa
al riarmo, funzionale al nuovo equilibrio geopolitico e la sospensione di ogni moratoria
nucleare.
La politica estera come punto d’incontro di ogni alleanza politica nazionale
In un quadro così aggrovigliato non c’è dubbio che sua la politica estera ad essere diventata
il punto dirimente di ogni possibile alleanza all’interno delle dinamiche politiche nazionali
E non c’è chi non avanzi l’ipotesi che essa non potrà più connotarsi come una variabile
indipendente ai fini della costruzione degli equilibri politici interni.
Tuttavia, allo stato delle indubbie scelte che sta elaborando la nuova amministrazione
americana (dove appaiono di un certo peso la propaganda anti europea del vice presidente
J.D. Vance, e le sfrenate ambizioni dell'ultra capitalista Elon Musk di contrattare
permanentemente con i governi di tanti paesi i propri sistemi di sorveglianza satellitare) il
campo di possibili intese sulla prevalente pregiudiziale comune di una politica estera
condivisa, non a breve termine, non pare possa avere facile esercizio se si ritiene di voler
rimanere, ineludibilmente su un piano di riproposizione della vecchia convenzione euro-
atlantica.
Non poca rilevanza pertanto appare avere la questione. Non si può infatti non considerare, in un quadro di nuovo ordine geopolitico, l’impatto di
talune annunciate destrutturazioni pattizie e la rilegittimazione della Russia, trattata non più
come paese aggressore riguardo all’Ucraina, ma come prossimo futuro alleato, in chiave
anti cinese.
Il rischio è pertanto che creare coalizioni, sul piano interno, sulla base di pregiudiziali accordi
su contenuti ed orizzonti di politica estera, apparentemente sovrapponibili per dare credibilità
e forza, in questo scenario, ad un programma politico anche nel suo sguardo oltre i propri
confini, non appare di facile soluzione.

C’è ancora spazio per una nuova visione euro-atlantica?

Così non è fuor di luogo chiedersi – con lo stravolgimento della cinquantennale politica
estera con cui Trump ha crudamente esordito in questi primi due mesi con il suo ritorno alla
Casa Bianca – come potrà affermarsi una riproposizione della visione euro-atlantica quando
oltre oceano Trump non ha avuto remore nel mostrare forte disinteresse per il futuro
dell’Europa, peraltro in un momento in cui appare essere ancora temibile attraverso una
certa propaganda anti occidentale, la minaccia dell’attuale equilibrio geopolitico del vecchio
continente?

La cinica decisione di disattivare, in tempi brevi, l’ombrello difensivo della Nato sui
territori europei

A ciò non può non aggiungersi il fatto che è in pectore del nuovo presidente – che
paradossalmente sta giocando d’azzardo con quei valori radicati di libertà e democrazia, da
oltre duecento anni, nella Costituzione americana – l’idea di smobilitare ogni forma di
ombrello difensivo europeo nell’idea di un Europa che si accolli quasi totalmente gli oneri
della sua protezione militare, mandando così disinvoltamente alle ortiche quel cruciale
presidio euro-atlantico che ha assicurato cinquant’anni di democrazia e libertà
nell’Occidente.
Ecco perché sono importanti le prossime mosse che si registreranno nell’imminente,
cosiddetto “tavolo della pace”.
A partire da quali temi avranno peso nel negoziare la soluzione del conflitto, a quali saranno
le reali garanzie di sicurezza reciproca dei due paesi confinanti, per i due contraenti, Stati
Uniti e Russia, con a latere, forse, come terzo contraente, l’ Ucraina, si avrà lo spaccato
delle reali intenzioni delle due superpotenze nucleari.
Mentre l’Europa non sembra abbia alcun riconoscimento di ruolo, da parte di questa
presidenza americana.
In conclusione, per riprendere il filo di quali alleanze oggi possano apparire credibili nel
nostro quadro politico interno ed europeo, conterà la visione di quale reale idea di Europa si
perseguirà in concreto.
Di certo bisogna rimettere mano ai Trattati, soprattutto per non continuare a restare impigliati
nella clausola dell'unanimità di voto.

Un nuovo corso per l’Unione Europea. Si andrà davvero verso un modello federalista?

Non sarà di minore importanza l’incamminarsi rapidamente verso un modello federalista,
come peraltro vagheggiato nelle prime idee fondative.
Così non sarà abbastanza efficace, se si vuole davvero dare credibilità ed autorevolezza ad
un'Europa solida e non più in permanente condizione dí vassallaggio, continuare nella
postura attuale, ove appare prevalente la cura regolatrice dei mercati.

Serve quel cambio di passo che consenta di creare una solida identità sovranazionale, in
una dimensione realmente federalista( Stati Uniti d’Europa) espressione di un'unica
comunità dei popoli europei.
Non altrimenti potrà giungersi in modo efficace ad una comune capacità difensiva del
territorio continentale.
12.03.2025

Luigi Rapisarda

L’Europa e l’Atlantismo nella morsa di due despoti

Luigi RapisardaMentre la situazione geopolitica scivola verso derive che appaiono sempre meno
governabili, l’interrogativo più pregnante che oggi domina nell’area dei cattolici liberali e
democratici è se c’è ancora uno spazio di compatibilità per le tante coscienze e forze
politiche che si sono definiti organici a questa coalizione di maggioranza.
Il dilemma si connette allo sconvolgente episodio consumato, nella palese rottura di ogni
galateo istituzionale ad opera del presidente Trump, nello studio ovale della Casa Bianca,
nei riguardi del capo di Stato, Zelensky.
Evento dai riverberi non certo esaltanti sull’inedito percorso di questa coalizione, sempre più
egemonizzata da due destre, una ancora dominata da impulsi nostalgici del ventennio, l’altra
che va a braccetto con i patrioti filonazisti dell’Afd e di quanto di estremo anti migratorio e
intollerante è dato trovare negli ambiti più remoti delle dottrine reazionarie.
Cosa che non può non suscitare, appunto, l’interrogativo, se si acconci bene con i tratti
fondamentali del pensiero cristiano, umanitario e solidarista di Sturzo e De Gasperi, che
ancora oggi alberga nelle coscienze di tanti esponenti politici, ed in quell’elettorato di
altrettante forze politiche, contigue a quel filone di pensiero, schierati in questa coalizione, la
linea di Giorgia Meloni, la cui posizione, appare sempre più dominata da uno scoperto e
asimmetrico collateralismo filotrumpiano ed antieuropeo.
Quel temerario e stupefacente palcoscenico istituzionale, dove si è consumato
pubblicamente – nel cuore pulsante del potere di quella che era una volta la più grande e
solida democrazia del pianeta – ad opera dell’intero staff della presidenza statunitense, un
dileggio, teso ad umiliarne ruolo e missione, con metodi e un lessico da sceriffo, assai
brutale, nella versione più irrispettosa che di può avere verso un capo di Stato( al di là di
possibili piccole o grandi colpe) il cui popolo è sotto attacco da tre anni, getta una luce
sinistra sulle reali intenzioni del progetto di pace che ha in mente Trump: più acconcio ad un
accordo spartitorio dei territori ucraini, ricchi di terre rare, in un quadro di rinverdito
colonialismo predatorio, che finalizzato ad assicurare condizioni solide di sicurezza ai confini
tra i due paesi in conflitto ed a salvaguardare l’intera sicurezza del continente europeo.
In questo contesto, non basta una generica rassicurazione di appoggio militare al presidente
ucraino da parte della premier, a poche ore dalla reprimenda e defenestrazione di Zelensky
dalla Casa Bianca, senza troppi complimenti, e contro ogni protocollo diplomatico.
Mentre non sembra di poco conto il segnale che il vertice di Londra tra i partner europei, ad
opera dell’iniziativa congiunta Franco-britannica, si è lanciato in questo quadrante
incandescente.
Al contrario non appaiono sufficienti a creare un clima di coesione tra i partner europei
iniziative, ancora troppo improvvisate della premier tese solo a fare da sordina sulle reali
intenzioni di quale ordine mondiale stia preparando la nuova amministrazione americana,
d’intesa con Putin.
Con la congiunzione di due visioni bellicose, che l’episodio, assai sgradevole, verificatosi
ieri, nello studio ovale della Casa Bianca, ha reso palese, si fa strada nella vita dei popoli, un
futuro di forti inquietudini, di tensioni e di possibili gratuite aggressioni militari, dove i despoti
avranno buon gioco a rinvangare vecchie pretese nazionaliste o antichi sogni imperialisti.
Occorre pertanto che ciascuna coscienza democratica, cattolica, liberale e riformista, ritrovi
un essenziale punto di intesa per favorire un’aggregazione tra tutte quelle sensibilità che
rifiutano questo ruvido sdoganamento della prepotenza, fondato sulla prevaricazione e la

forza militare, ignorando ogni essenziale regola del diritto internazionale e le vocazioni
pacifiche e solidali che muovono i popoli verso una civile convivenza.
Ma non sarebbe fuor di luogo, creare rete, come propongono da mesi il Sindaco di Udine,
De Toni e l’amico, Ettore Bonalberti, cercando di suscitare e valorizzare una partecipazione
sempre più attiva dei giovani e dei cittadini, non solo su queste cruciali tematiche
geopolitiche, ma partendo da un sano e partecipato municipalismo, tanto caro a don Luigi
Sturzo e dai problemi concreti della persona, delle comunità e delle famiglie, nel quadro di
una visione economica solidarista, come peraltro previsto dagli artt. 41 a 47 della nostra
Costituzione.
Non di minore importanza appare, poi, la necessità di elaborare proposte politiche che
trovino sintonia con le altre forze alternative alle politiche egemoniche delle destre.
Occorre, altresì, contrastare nelle piazze e in Parlamento, attraverso quelle forze politiche,
contrarie ad ogni irrigidimento dispotico e illiberale, questa deriva autocratica e intollerante di
cui si sta rendendo protagonista, e capofila, il paese che, fino a ieri, era pronto a difendere i
valori della democrazia, del diritto naturale e della dignità dei popoli.
Auspico che si raggiunga, senza perdere troppo tempo in bizantinismi e sottigliezze
artificiose, una posizione unitaria attraverso una dichiarazione congiunta, e soprattutto una
chiara dissociazione da parte di tutte quelle forze politiche che ritengono inaccettabili le
performance da pistolero da vecchio west del presidente americano.
Mi auguro, in particolare che la nuova Dc che non ha mancato, con la sua inedita scelta di
schierarsi, di sottolinearne la propria immedesimazione organica e strutturale con questa
coalizione di destra,destra(dove è il centro? Con Lupi che fa da piccolo pretoriano della
Meloni e Tajani che nonostante sia stato sfiduciato da Marina Berlusconi, in nome di una
destra liberale, umanitaria ed europeista, prosegue nel suo ministero per gli affari esteri,pur
in una personale sensibilità europeista, con dichiarazioni e parole vuote e generiche per
coprire e sopire le temerarie stravaganze di Trump e le antitetiche posizioni della premier
Meloni )abbia tempestivamente la lungimiranza di esprimere, a chiare lettere, il proprio
disorientamento e sconcerto sulla posizione inconfutabilmente di sudditanza
collaborazionista e sostanzialmente anti europea di Giorgia Meloni, nell’ambito di una
visione incentrata più su una tendenza ai rapporti bilaterali tra Stati Uniti e i singoli paesi
europei (così è più facile disarticolare l’Europa), che unitaria, nell’idea di una Ue, soggetto
politico e baluardo di un sano Atlantismo.
Più che fare da ponte, se si va avanti di questo passo, Giorgia Meloni può ritrovarsi a fare
da crocerossina, e,a quel tempo, se si ritroverà ancora un pizzico di pietà, non recupererà
nemmeno quanto occorre per curarci le ferite fisiche, economiche e sociali che un’offensiva
in armi, da est, e una guerra commerciale da ovest, procurerà, inevitabilmente, a tanta
parte dell’Italia e dei popoli europei.

Roma, 3 marzo 2025

Luigi Rapisarda

Le frammentazioni ostacolano ogni intesa e indeboliscono il contrasto alle destre

Luigi RapisardaL’articolo di E. Bonalberti

Prendo spunto dal pregevole articolo di ieri su Il Domani d’Italia, di Ettore Bonalberti:” La risposta alle destre è nella Costituzione”, per rilevare alcune cruciali considerazioni.

Intanto per condividere la premessa di base che pone nella Costituzione il collante e la rotta per una politica coerente che contrasti l’avanzata delle destre.

È questo il sentiero ineludibile che da tempo motiva l’azione politica di quella parte del mondo cattolico-riformista allarmato dalla massiccia offensiva che questa maggioranza, in mano a forze di destra, sempre più reazionarie, illiberali ed antidemocratiche, ha scatenato contro i punti cruciali(centralità del parlamento, principio di uguaglianza ed autonomie regionali) che caratterizzano il nostro impianto costituzionale.

Il quadrante internazionale e gli inediti mutamenti, soprattutto in politica estera da degli Usa

Ma ancor più allarmante appare, senza alcun dubbio, il quadrante internazionale dominato da autocrati con pochi scrupoli che fanno dell’agire, senza o sopra le regole, il senso della loro ragione politica.

Mai però ci saremmo aspettati l’inedita torsione della politica estera degli Stati Uniti, sia nei metodi che negli obiettivi geopolitici generali.

L’inatteso cambio di rotta del nuovo presidente Donald Trump, che inopinatamente con le sue ruvide esternazioni ha legittimato la strategia di Putin, reso quasi come la vittima di una guerra che Trump addebita alla responsabilità di Zelensky, la dice lunga sulle nuove sensibilità “democratiche” che si sono insediate alla Casa Bianca.

Venendo alle questioni più stringenti che il ragionamento di Bonalberti evidenzia, si impone in primo luogo di affrontare la questione della frammentazione che ancora affligge la galassia democristiana.

Nel contesto geopolitico attuale, con venti di guerra non sopiti abbastanza, e il completo ribaltamento delle politiche atlantiste, a tutto vantaggio di un nuovo ordine mondiale fondato sulla spartizione mercantilista ed imperialista dei continenti e dei popoli più deboli, a mio giudizio, la questione non mostra più alcuna significativa rilevanza politica.

Le torsioni della nuova Dc nella scelta di campo organica alla maggioranza, dominata da destre illiberali.

Intanto c’è un dato che non possiamo ignorare.

Ossia il fatto che l’attuale partito che rivendica la continuazione con la cinquantennale esperienza che fu della Democrazia Cristiana, per quanto partito mai sciolto, con le recenti scelte di campo, che il suo segretario, Cuffaro non ha fatto velo a qualificare come organiche e strutturali alle politiche di questa maggioranza caratterizzata dalla strenua competizione tra una destra nostalgica e illiberale e una destra iper liberista e anti solidarista, ha reso oggettivamente incompatibile la pretesa di accreditarsi come autentico erede di quell’esperienza politica interrotta di fatto dopo gli eventi del ‘92/93.

Le frammentazioni come leitmotiv della galassia democristiana

A ciò si aggiunga la peculiarità di un reiterato procedere, all’interno dell’area cattolica, in ordine sparso, come lo stesso Bonalberti mette in chiara evidenza: “..Da un lato, Tempi Nuovi persegue un confronto con il Pd; dall’altro, Gianfranco Rotondi tenta di rilanciare una nuova Democrazia Cristiana, rimanendo però saldo nella sua scelta di campo a destra con Meloni. Giorgio Merlo, con Scelta Popolare, punta invece a un’aggregazione centrista con Forza Italia, espressione ufficiale del Ppe..”

E, non fa certamente da contraltare, il prevedibile epilogo cui sembra andare incontro il tentativo di ricomposizione proposto di recente, in seno alla vigente controversia davanti al Tribunale di Avellino, su nome e simbolo della DC: che, come è noto sono appannaggio di due diverse forze, da una parte, quanto è possibile intravedere attorno all’on.Rotondi, che pur rivendicando la titolarità del nome non intende mettere in discussione la sua collocazione in FdI; dall’altra l’Udc che continua a ritenersi titolare, anche in forza di pronunce giurisprudenziali, dell’uso del simbolo, ma, al momento, non pare disponibile ad un passo indietro per favorire la riorganizzazione, a pieno titolo, dell’azione politica di una ricomposta DC.

In un quadro così magmatico non giova di certo con favore tanta frammentazione.

Da sinistra a destra, cercando il centro

Così come non entusiasmano di certo certe peregrinazioni da sinistra a destra – definite inaspettatamente da Bonalberti “ tentativo lodevole” pur mostrando scetticismo sulla riuscita – verso una forza politica( FI) il cui segretario, Tajani – del quale finora non abbiamo letto alcuna netta presa di distanza dalla dottrina Trump – è stato implicitamente sfiduciato, tanto sui temi di politica estera, che interna, da Marina Berlusconi, erede del partito fondato dal Cavaliere.

Vien da chiedersi, nel nuovo percorso dell’autorevole e noto commentatore ed esponente di quel nobile patrimonio di cui fu leader Donat Cattin, che notoriamente guardava stabilmente a sinistra, quale trasfigurazione può subire, e a quali approdi può giungere, nel più ampio quadrante della riaggregazione dell’area cattolica, per convincerci del senso politico di così inopinata torsione ideologica?

Davvero una matassa assai aggrovigliata che ad oggi non riesce a trovare alcuno sbocco credibile e coerente.

Nessun vero democristiano oggi troverebbe valide giustificazioni su queste inopinate acrobazie

Di certo non un quadro che entusiasmi chi si attendeva un processo aggregativo meno aggrovigliato in ammennicoli metodologici così defatiganti.

Non sembra avere, a questo punto, proiezione una nuova versione della DC

Scenario ancor più compromesso da una serie di iniziative inconcludenti, per l’oggettiva incapacità, evidentemente, di saper superare tutti quegli ostacoli di metodo,più ancora che di contenuti, tra chi intendeva partire dalle alleanze, chi dai programmi, chi da un federatore, che hanno finito per impedire un minimo di intese sull’iter comune per giungere alla ricomposizione di un area identitaria comune.

Con l’unico risultato di aver fatto perdere linfa e smalto al persistente tentativo di riaggregazione di una nuova Dc, cosa che oramai non appare che anacronistico,

È, perciò, di tutta evidenza che continuare su questa strada vuol dire mandare alle ortiche un patrimonio di ideali e di valori, espressione di un Umanesimo sociale ed economico, senza confini.

È, a questo punto – nella contingenza di una situazione geopolitica assai mutata, ove si annidano, ad opera delle demagogie populiste delle destre europee e di una bellicosa e sfrontata deriva imperialista americana, insidie sempre più temibili per le democrazie occidentali – una sfida così impegnativa che non può lasciarsi avvitare attorno a iniziative sparse e scoordinate, ove non possiamo escludere mire prettamente personali.

Un diverso appeal per una formazione confederata che faccia sintesi, nel rispetto delle diverse identità, dei valori liberali, cristiani e riformisti

Occorre, invece, senza perdere altro tempo, trovare un diverso appeal, concentrandosi verso un quadro di convergenze comuni con le culture liberali e riformiste in difesa dei valori della democrazia e della Carta Costituzionale.

Processo che presuppone l’abbandono di ogni velleitaria (allo stato delle cose)idea di rifare la DC.

A che servirebbe un partito cattolico, o di soli cattolici, in questa inalterabile quadro di bipolarismo sempre più estremizzato, per fare da piccolo cespuglio, incapace di assicurarsi un ruolo da protagonista autorevole, come fu, a suo tempo, la DC di De Gasperi e Moro?

Forse è più efficace puntare a costruire un organiamo composito di forze, non nell’idea del campo largo, ove è insita la subalternità al partito dominante, ma più incline a una sorta di forza plurale, confederata, riformista ed antifascista, capace di fare sintesi sulla scia dei valori liberali, cristiani e riformisti, come peraltro si fece, nel ‘46, durante la fase costituente, pur nell’autonomia delle diverse culture, sul piano delle intese politiche.

Fare argine permanente ad ogni deriva autocratica

Ovviamente prefigurando un quadro di alleanze che facciano da argine permanente e da contrasto solido ad ogni deriva autocratica.

Già, peraltro in atto, con il corrente tentativo di destrutturare e ridefinire, con il progetto governativo di legge costituzionale sul premierato, e con le norme attuative sull’Autonomia differenziata, già filtrate dai tanti vizi costituzionali, con la recente pronuncia dell’Alta Corte, gli assetti cruciali della nostra Carta fondamentale.

24.02.2025

Luigi Rapisarda

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le preoccupazioni di Draghi e di Marina Berlusconi agitano il governo e l’Unione europea

Luigi RapisardaLe preoccupazioni di Draghi e di Marina Berlusconi agitano il governo e l’Unione europe

Due scenari si sono imposti in questi due giorni di vita politica, nel quadrante europeo e nazionale.

Il primo, sovranazionale.

Con Mario Draghi, che con risolutezza, parlando al parlamento europeo, dopo il suo recente articolo sul Financial Times, delinea, senza mezzi termini, per superare lo stato di vulnerabilità economica dell’Europa, un New deal europeo, che, in primo luogo, deve partire dalla revisione degli ordinamenti e dei trattati comunitari per rimuovere gli ostacoli prodotti da barriere normative autolesive, generate dalle quelle stesse regole che si sono tradotte in un permanente freno alla crescita ed all’innovazione.

L’invito pertanto è a superare, con un cambiamento radicale, le vecchie logiche normative per avviarsi su quei percorsi di rinnovamento obbligato, con cui l’Unione deve fare i conti: decisioni a maggioranza, debito comune, difesa comune, snellimento della burocrazia comunitaria, politiche fiscali omogenee e una politica estera univoca, pena il rischio concreto, all’interno del concerto internazionale, di cadere nell’ insignificanza e nell’oblio.

L’altro scenario interno ha avuto come protagonista Marina Berlusconi che due giorni fa, con un’intervista su Il Foglio, trasponendo nello scenario politico interno quel tipico coraggio che è linfa quotidiana per chi, aduso ogni giorno a scelte economiche e commerciali da cui dipende la vita ed il futuro di un’azienda, ha lanciato un chiaro messaggio volto a scuotere il torpore e soprattutto l’inconcludenza, nonostante l’andirivieni di tanti vertici e dei tanti capi di governo dei paesi aderenti e l’apparente attivismo della Von der Leyen, sempre più prigioniera di parole vuote non avendo chiaro cosa realmente voglia fare per superare lo stallo( domanda che, come dicevamo, si è posto ieri ripetutamente Mario Draghi parlando al parlamento europeo) cui l’incapacità di dare risposte costruttive e coerenti, volte a rilanciare un ruolo cruciale dell’Europa, e l’attesa spasmodica delle imminenti elezioni nella Repubblica federale tedesca, hanno relegato e messa all’angolo.

E tanta preoccupazione non può essere etichettata come un piccolo segnale di disagio, perché Marina Berlusconi non se la sente, e ben a ragione, di mettere, come tanti cittadini europei, la testa nella sabbia, ma si interroga, con un manifesto di intenti, che, come in un compendio, mette insieme il suo disagio è quello di tanti italiani, su certe chiusure che vanno dalla sfera dei diritti civili, ai taluni percorsi che attengono alla maternità, dal fine vita, alle disinvolture con cui spesso si agisce con politiche securitarie all’interno dei sistemi democratici, oggi, sempre più indeboliti da un populismo demagogico che ne deride le lentezze decisionali, dovute al rispetto delle garanzie istituzionali nel confronto con il decisionismo delle autocrazie e delle versioni più edulcorate definite, democrature, di cui l’Ungheria di Victor Orban è capofila.

Insomma un Cahier de doléances dal sapore liberale, libertario, occidentale e poco nostalgico” come lo ha definito, Alessandro De Angelis, su La Stampa di ieri.

In questo scenario devastante Marina Berlusconi si chiede se è accettabile per un’Europa, culla dello Stato di diritto, un così impietoso crepuscolo.

Mentre assai pregevole appare l’idea di un recupero del ruolo di guida della politica capace di saper intercettare istanze e bisogni collettivi e trovare sintesi, senza andare a inseguire il facile consenso assecondando e fomentando le paure della gente.

Contesti che non ci fanno guardare, senza una comprensibile inquietudine, l’immediato futuro dei nuovi assetti geopolitici, non molto rassicuranti, ove predominano politiche intimidatorie , che non è azzardato assimilare ad uno stato di natura pre-politico, irrispettose del diritto comune e dei trattati internazionali, che la dottrina Trump sta prepotentemente imponendo.

Come altro può definirsi l’irragionevole decisione di Trump di escludere dal tavolo il paese aggredito e l’Europa dal cosiddetto tavolo della pace.

E, spostando il focus su altri eventi che stanno caratterizzando le politiche migratorie di Trump, colpisce la franchezza con cui la presidente di Mondadori definisce: “orribile ed inquietante” l’immagine che ritrae file di migranti espulsi in catene dagli Usa. Non appare poi effetto di second’ordine il fatto che la presidente della Fininvest, pur nella sua prudenza formale, non pronunciando mai alcun nome, non faccia di certo emergere piena sintonia con il segretario del suo partito.

E, non solo.

In filigrana, non si fa fatica a leggerne anche una aperta critica alle politiche ambivalenti della premier.

Eppure non è stato un fulmine a ciel sereno.

Già, di recente, Marina non aveva mancato di richiamare il suo partito a politiche più aperte verso i diritti civili ed il rispetto delle regole comuni dello stato di diritto.

Nella stessa giornata Tajani ha inteso minimizzare, sostenendo che non si è trattato di un’intervista “politica” ma solo di affermare “un identità culturale dell’editore”.

Eppure non ci vuole molto per cogliere tra le righe una poco tollerata subalternità del suo segretario alle politiche trumpiane della Meloni.

Sta di fatto che nonostante la crociata lanciata da Tycoon contro l’Ue per provocarne la totale destrutturazione e ridurla a teatro di nuovi immaginabili futuri conflitti tra le nazioni, ha continuato, smentendo la sua inossidabile vocazione europeista, a sistenere ciecamente la linea di supina sudditanza della Meloni.

Evidentemente Tajani non ha focalizzato bene i tanti discorsi intimidatori del vice presidente Usa, Vance( ancor più di Trump)ed il senso geopolitico della prossima palese messinscena del tavolo di pace tra Usa e Russia.

Strana partita a due, con l’Europa ridotta a terreno di spartizione per nuovi assetti.

Purtroppo dovremmo abituarci a questi inediti scenari consumati dentro la cornice di rapidi mutamenti epocali, che, grazie agli inarrestabili progressi che sta facendo l’Intelligenza artificiale, ci stanno conducendo verso una civiltà post-umana, ove a predominare sulle nostre azioni saranno aridi algoritmi e una cibernetica senza confini, appannaggio di un’oligarchia di turbo-capitalisti foriera di profonde e inaccettabili disuguaglianze economiche e sociali.

Eppure, in questo momento, scuotono sempre meno le coscienze le politiche fatte di deportazioni ostentate cinicamente( anticipate dalla Meloni con la messinscena dell’Albania), di rivendicazioni ingiustificate di territori, senza rispetto delle libere scelte dei popoli, dalla Groenlandia, al Canada, a Panama, ecc.) di eclissi della democrazia e dello Stato di diritto e di deportazioni di interi popoli per far spazio a resort e riviere per ultra ricchi, senza riconoscergli più il diritto ad una terra legittima.

Azioni pubbliche dove non si vede più un pizzico di umanità.

E, mentre si è avviato a Ryad il singolare tavolo tra USA e Russia per negoziare la pace nel conflitto ucraino, non sono pochi i commentatori che adombrano una sorta di contrattazione spartitoria tra Russia e Stati Uniti, data la presenza di tante risorse rare in quel vasto territorio.

Pur nella singolarità di questo confronto diplomatico, mentre attendiamo che il vertice di ieri all’Eliseo, che ha portato alla comune posizione, mentre resta, a questo punto, enigmatica la linea che in questo turbinio di dichiarazioni intende seguire la nostra premier, quantomeno sul riconoscimento della condizione di paese aggredito a fronte delle disinvolte dichiarazioni di ieri di Trump che incredibilmente ha additato in Zelenski il vero responsabile del conflitto, induca ad un rapido ripensamento dell’attuale chiusura mostrata soprattutto dai negoziatori americani circa la partecipazione al tavolo anche di rappresentanti dell’Europa, auspichiamo che, nell’eventualità di un’intesa sulla pace, non si abbiano, per insidie interpretative o per deliberata inosservanza degli accordi, quelle propaggini bellicose che seguirono alla Conferenza di Monaco del 1938 che portarono il mondo alla seconda guerra mondiale.

In questo quadro si resta stupefatti nel constatare che quello stesso coraggio di Marina non abbiano saputo mostrare quei partiti-cespuglio(quarta gamba della coalizione)che si dicono centristi, ma che sostengono con convinzione, (forse per obiettivi di sopravvivenza, o qualcuno di visibilità?)le politiche plutocratiche e muscolari suscitate da tanta dottrina, il cui obiettivo è di annientare l’Ue, come organismo geopolitico.

Tuttavia, al di là di così disarmante comparazione, che ci deprime, ci rassicura invece il fatto che c’è, anche nel nostro paese, una certa destra, sinceramente liberale, pluralista, europeista e umanitaria, pienamente rispettosa delle regole della democrazia e dello stato di diritto verso cui abbiamo il dovere di confrontarci e dialogare per il bene del paese e di un’Europa politica capace di saper portare ben a compimento il suo, finora, difficile processo di integrazione.

19.02.2025

Luigi Rapisarda